Il romanzo di Folco Giusti L’isola dell’ultimo ritorno è ambientato nella prima metà del V secolo dopo Cristo, un’età tormentata dalle continue invasioni delle popolazioni barbariche, di certo una delle meno conosciute della nostra storia da parte del grande pubblico.

Per questa ragione innanzitutto occorre mettere in evidenza l’accuratezza dell’ambientazione di questa narrazione, ben documentata dall’ampio corredo di note presenti alla fine di ogni capitolo, finalizzate a puntualizzare gli episodi militari e politici di cui si è trattato o che hanno fatto da sfondo a episodi specifici, nonché ad illustrare gli usi e i costumi di un periodo lontano da quelli più noti della classicità di cui l’autore, come indica nel sottotitolo Amore e guerra alla fine del Mondo antico vuole mettere in rilievo gli aspetti salienti nell’ambito privato e in quello pubblico con le interconnessioni fra le due sfere.

Su questo scenario si muovono personaggi sia di storia che d’invenzione, in un’abile tessitura in cui ai primi vengono fatte assumere funzioni narrative d’invenzione, mentre quelli inventati sono tratteggiati con verisimiglianza storica accurata e con approfondimento emotivo e psicologico.

La figura che dà origine a tutta la narrazione è un personaggio storico, per la precisione uno scrittore, il praefectus urbi Claudio Rutilio Namaziano, autore di un poemetto pervenutoci incompiuto, il De reditu, cioè Il ritorno, di cui disponiamo di un’ottima traduzione grazie ad Alessandro Fo, autore anche della pregevole prefazione del romanzo.

Rutilio, originario della Provenza, dopo molti anni di soggiorno a Roma, decide sia pure a malincuore di lasciare la città per tornare nei suoi possedimenti messi a rischio dalle scorrerie dei Visigoti, stanziatisi in Spagna. Il suo viaggio avviene per mare, con una navigazione lungo la costa, che gli consente di ricordare le isole e le località che vede e quelle in cui approda, soffermandosi in qualche caso con riflessioni personali. Vediamo così Porto Ercole, l’Argentario, l’isola del Giglio, l’Elba, Falesia (Piombino), Populonia, colta quest’ultima con malinconia per la sua inarrestabile decadenza che porta l’antico poeta a riflettere sulla generale fine di tutto («Non indignamoci che i corpi mortali si disgreghino: / ecco che possono anche le città morire»). Anche passando davanti alla Capraia, isola particolarmente cara all’autore del romanzo, Rutilio, sempre fedele alla tradizione religiosa pagana che identifica con la grandezza di Roma, si sofferma con considerazioni molto critiche sui monaci cristiani che vi abitano («Si fa qualcuno da sé infelice per non esserlo?»), per il loro modo di vivere tra penitenze e rinunce. Giusti immagina, però, che Rutilio sia sbarcato sull’isola e abbia avuto così modo di ricredersi almeno in parte, essendo stato molto ben accolto da loro e aver conosciuti la loro rigorosa condotta di vita.

Rilevante risulta anche il paesaggio, quella natura meravigliosa, incontaminata e selvaggia che costeggia il mar Tirreno e che ha uno dei suoi esempi migliori proprio nell’isola di Capraia.

Il protagonista del romanzo è però un personaggio inventato: Rufio, il figlio che l’autore immagina Rutilio abbia portato con sé nel viaggio, il quale dopo la morte del padre finirà coinvolto nelle burrascose vicende di quegli anni, caratterizzati da violenti scontri armati tra gli ultimi eredi dei Romani e le orde barbariche. Sono proprio gli eventi che fanno sì che il protagonista e la sua amata, la giovane e bellissima Giulia, “promessi sposi”, travolti dal fiume della Storia, non riescano a coronare il loro sogno d’amore.

Più che sull’elemento amoroso l’interesse dell’autore sembra incentrato sul tema guerresco; infatti la narrazione si avvale di molte vivaci descrizioni di sanguinose battaglie per terra e per mare in cui si fronteggiano la vigoria fisica con l’abilità. Ma rilevante è anche la riflessione sul tema religioso, significativo per quel tempo in cui il cristianesimo che, anche se ormai diventato religione di stato, non è tuttavia ancora penetrato a fondo nelle coscienze, per cui continuano a verificarsi episodi di persecuzioni individuali, anche se sono ormai superate quelle di massa. Ma a tormentarlo è anche il crearsi al suo interno di rivalità e antagonismi tra gruppi per interpretazioni diverse del messaggio evangelico.

Oltre che di ottima ricostruzione storica, questo può definirsi un romanzo d’intreccio per le vicende che si verificano in stretto concatenamento, con invenzioni narrative che creano suspence nel lettore, determinando un efficace patto narrativo.

Folco Giusti, L’isola dell’ultimo ritorno, prefazione di Alessandro Fo, Padova, Primiceri Editore, pp. 532, € 18,00.

RIFERIMENTI LETTERARI

Il testo fondamentale per l’ispirazione di questo romanzo è il poemetto De reditu, composto da Claudio Rutilio Namaziano nel V secolo dopo Cristo. Si tratta di un’opera in distici elegiaci, divisa in due libri che ci è giunta incompleta. Infatti la narrazione compresa nell’antico manoscritto, ritrovato nel 1494 nel Monastero di Bobbio, in provincia di Piacenza, si interrompe al verso 69 del libro II, con l’arrivo a Luni, in Toscana; mentre i nuovi frammenti scoperti nel 1973 alla Biblioteca Nazionale di Torino, contengono una prosecuzione del viaggio con riferimenti a Genova e ad altre località della Liguria di Ponente.

Il poema inizia con la partenza di Rutilio da Roma, di cui descrive la decadenza morale, specialmente per quanto riguarda il potere imperiale e la classe senatoria, con ricadute significative anche sul popolo. Soprattutto il poeta mette in evidenza il fatto che l’imperatore sembri vivere in un suo mondo isolato, mentre i senatori sono dediti a gozzovigliare e ad arricchirsi. Il popolo romano è profondamente provato dagli influssi migratori del nord dell’Europa, soprattutto a opera dei Goti, dopo l’invasione di Alarico che ha diffuso a Roma un clima di catastrofe imminente, con strade non più sicure ed edifici pericolanti. Alla descrizione della decadenza, si oppongono le memorie della passata grandezza della città.

Il viaggio prosegue verso la Tuscia, dove Rutilio è costretto a partire via mare a causa dell’inagibilità delle strade e dei ponti, per il notevole degrado della via Aurelia. Frequenti sono gli approdi sulle coste dell’Etruria, fino alla Liguria, per proseguire con l’arrivo in Gallia.

Durante il viaggio Rutilio si sofferma a esprimere alcune sue osservazioni e riflessioni sull’epoca in cui si trova a vivere e sui cambiamenti dei costumi. Innanzitutto lo preoccupa la diffusione rapida del cristianesimo. Anche se i fedeli possono ormai beneficiare della legge di libertà di culto emanata da Costantino, a Rutilio essi appaiono come gente rozza e ignorante che vive nelle catacombe «al di fuori della luce», seguendo le dottrine dei vescovi che a lui sembrano strane e disumane. Si sofferma anche sulle città delle province, saccheggiate dai barbari, semidistrutte e semiabbandonate, che suscitano sentimenti di profonda commozione al suo animo.

Il testo si può leggere in queste edizioni:

Sur son retour, Texte établi et traduit par Étienne Wolff, Paris, Les Belles Lettres, 2007

De reditu, Introduzione, testo critico, traduzione e commento di Emanuele Castorina, Firenze, Sansoni, 1967.

Il ritorno, a cura di Alessandro Fo, Torino, Einaudi, 1992

Il ritorno, a cura di Sara Pozzato e Andrea Rodighiero, Torino, N. Aragno, 2011.

Il testo ha ispirato anche un’opera cinematografica:

De redituIl ritorno regia di Claudio Bondì (2003)