Come il latino ci salva la vita è senz’altro un titolo accattivante e che subito stupisce, per cui tanti che nell’adolescenza hanno passato momenti di fatica nello studio di questa lingua antica e situazioni di ansia e preoccupazione per i compiti in classe e le interrogazioni, senz’altro si meraviglieranno per la funzione salvifica attribuita al latino! Ma indubbiamente da parte dell’autrice, Silvia Stucchi, latinista docente presso l’Università Cattolica di Milano, autrice di saggi e traduzioni dai classici, c’è un certo divertito e ammiccante gusto di épater le bougeois, capovolgendo, con la sua asserzione, la diffusa opinione di difficoltà, ma anche di inutilità, nei confronti del latino.

In verità, leggendo il libro, capiamo che non dobbiamo attenderci nulla di miracoloso da questo! Ma soprattutto, nulla di facile, niente di scontato… Anche se, in primo luogo è un libro attraente, che, fin dall’inizio stabilisce un buon patto con il lettore, a cui si richiede un certo livello di conoscenza della materia per poter godere di quella che potremmo definire una revisione antropologica (approccio oggi vivacemente fruttuoso in Francia) del mondo romano. Infatti Silvia Stucchi, con un linguaggio di facile comprensione per tutti e con un tono per nulla accademicamente paludato, ma colloquiale, passa in rassegna molti aspetti della vita quotidiana e della mentalità degli antichi romani per farci capire, anche con il sostegno di testi dei maggiori autori latini (Lucrezio, Catullo, Cicerone, Virgilio, Orazio, Petronio, Seneca, Quintiliano, Apuleio e altri ancora) che gli uomini di quel mondo avevano quasi tutti i problemi che abbiamo noi oggi.

L’autrice non vuol certo dire che gli antichi siano stati un modello di perfezione, ma piuttosto che ci forniscono occasioni per capire meglio il mondo che ci circonda, in quanto già loro avevano individuato problemi e conflitti che ancora oggi non sono risolti, ma su cui si erano impegnati per trovare una soluzione, anche se non ci sono quasi mai riusciti…, purtroppo!

Sulla base di queste premesse, Silvia Stucchi si impegna ad affrontare «un viaggio per temi dentro alcuni problemi della nostra vita quotidiana, già enucleati e vissuti nel mondo di Roma, e di cui i suoi autori ci danno testimonianza» (p. 22).

Quelle che vengono prese in considerazione sono questioni e situazioni quotidiane, apparentemente anche di poca importanza, pubbliche e private, ma sovente capaci di amareggiare le nostre giornate. Così, i dissapori e i contrasti all’interno della famiglia, le difficoltà tra padri e figli, tutti argomenti trattati nel capitolo Parenti serpenti per farci capire come sia migliore la condizione delle nostre attuali famiglie, di tipo nucleare e affettivo, in confronto alla rigida autorità del pater familias romano, forte della sua patria potestas su tutti i componenti del suo nucleo familiare. Lo stesso rigore e la medesima durezza vigevano nell’àmbito dell’istruzione e della formazione, in cui i metodi educativi prevedevano pesanti punizioni fisiche, criticate da Quintiliano, non certo per ragioni umanitarie, ma in quanto riscontra i loro scarsi risultati.

Anche gli antichi Romani vivevano sentimenti profondi e conoscevano bene i patimenti d’amore, per esprimere i quali hanno saputo trovare espressioni davvero efficaci, soprattutto ad opera dei poeti, in primis Catullo, capace di cogliere le più complesse e sottili implicazioni del sentimento dell’amore. Molto importante era allora a Roma anche l’amicizia, con caratteristiche più sociali e politiche, meno affettive, rispetto alla nostra odierna concezione, come ben ci fa capire Cicerone nel suo Laelius sive de amicitia a cui si possono aggiungere le diverse considerazioni di Seneca e di Plinio il Giovane.

La vita quotidiana presentava a quei tempi molti problemi anche in rapporto all’ambiente, soprattutto nelle grandi città, come Roma e Alessandria, prima di tutto l’inquinamento urbano che riguardava l’aria, sovente maleodorante, e i rumori fastidiosi. Ma anche al di fuori delle città c’erano molti inconvenienti, come l’inquinamento delle acque, il disboscamento, la cementificazione delle coste marine e altri ancora.

Ma gli antichi Romani erano ricchi o poveri? Naturalmente, come in ogni epoca, c’erano i ricchi e i poveri e c’erano rapide e facili variazioni di fortuna, per cui da ricco si poteva diventare povero (e magari anche schiavo) e viceversa, come ben testimonia il famoso Trimalchione di Petronio. L’aspirazione ad arricchirsi era viva e diffusa, ma c’erano anche le persone moderate e sagge, come Orazio, che aspiravano solo al necessario per un’esistenza tranquilla, senza abbandonarsi al desiderio di accumulare grandi ricchezze. Questo senso della misura evitava anche di vivere nell’ansia della perdita, una delle ragioni di inquietudine, insieme a tante altre, che accomunano gli antichi Romani agli uomini di oggi, sempre in preda a un diffuso malessere esistenziale. Degli stati d’animo di quei tempi ci dà ampia e dettagliata testimonianza Seneca in parecchie sue opere, anche con riferimenti a se stesso, e nello stesso tempo ci fornisce interessanti indicazioni per raggiungere la “tranquillità dell’anima” e la “vita serena”. In questa riflessione può rientrare anche quella sulla vecchiaia, ritenuta «ipsa morbus» e capace di allontanare dai piaceri, ma alla cui difesa si levano le opportune parole di Cicerone nel Cato Maior sive de senectute.

Dalle pagine di Silvia Stucchi veniamo anche a sapere che pure gli antichi Romani si preoccupavano della loro estetica e si impegnavano nelle diete. Le regole di bellezza riguardavano soprattutto le donne, per le quali esistevano criteri precisi, anche se per loro non c’era certo la profusione di prodotti, di cui oggi quasi tutte possono usufruire per l’accessibilità dei prezzi, ma c’erano le elaborate ricette conservate per noi da Ovidio nei Medicamina faciei! La dieta, invece, era intesa in modo un po’ diverso dai nostri giorni, in quanto gli antichi Romani non aspiravano tanto ad un corpo magro e dinamico, ma miravano «al mantenimento dell’armonia e della salute del corpo e dello spirito nella loro totalità» (p. 24) con un approccio che oggi potremmo definire «olistico».

Ma Silvia Stucchi ci fa notare che anche nell’antica Roma non andava sempre tutto bene: ci potevano essere rovesci di fortuna e perdite del consenso sociale. L’esempio più vistoso è senza dubbio quello di Cicerone, la cui esistenza si concluse tragicamente per il crollo del suo disegno politico; questo, però, non gli impedì di diventare uno degli autori più importanti della letteratura latina, per cui si può dire che la sua disavventura storica fu poi ricompensata dall’eternità della sua fama.

A conclusione delle sfaccettature della vita degli antichi Romani non può che esserci la loro visione della morte nei cui confronti avevano rispetto e timore e che onoravano con suggestiva ritualità, anche se solo lentamente e in modo incerto acquisiscono «la nozione di una dimensione ultraterrena dove vi fosse il riscatto per le sofferenze vissute e un premio» (p. 285) per chi si fosse comportato in modo onesto e generoso. Loro, però, sapevano morire con coraggio e dignità, come dimostra Seneca. Sarà solo il cristianesimo che saprà elaborare una risposta soddisfacente per i grandi interrogativi sul senso della vita e sulla prosecuzione dell’esistere dopo la morte e lo farà soprattutto con le parole di Agostino nelle Confessioni.

Forse tutte queste argomentazioni non saranno in grado di salvare la vita ai lettori, ma certo aiuteranno molti insegnanti in tante occasioni di programmazione e di attuazione del loro lavoro in classe, fornendo parecchi utili spunti di confronto tra noi e gli antichi Romani, nonché suggerendo molti testi di autori latini di sicuro interesse per gli studenti.

SILVIA STUCCHI, Come il latino ci salva la vita, Milano, Edizioni Ares, 2020, pp. 310, € 14,80.